Marchese Villarena
Fu all’inizio degli anni Ottanta che De Simone mi introdusse alla conoscenza di un sommo elaboratore del pudore e del silenzio: incontrai allora Pietro La Via, marchese di Villarena, morto nell’’88 a 92 anni. Era nato nel 1896, parlava tre lingue, nel ’47 per la Nuova Italia aveva pubblicato Mente e Realtà, un trattato di filosofia e arte in cui confutava i principi dell’estetica crociana. Il giorno in cui lo conobbi aveva sul tavolo da lavoro le sue traduzioni dei Sonetti di Shakespeare. La Via li ricreò con la mano del poeta, del libero pensatore del Sud che fa rivivere la rima alternata dell’endecasillabo con il distico finale in cui deflagrano lampi di genio. Il libro fu pubblicato dalla Società Editrice Napoletana e presentato da Harold Acton all’Istituto Britannico di Firenze. Quando Alessandro Serpieri, curatore di una monumentale traduzione dei Sonnets per i Meridiani Mondadori, venne a conoscenza del valore dell’opera di La Via, gli apparve incredibile che tanta bellezza venisse da un silenzio così ostinato. Pietro La Via ci ospitava nel suo magnifico palazzo settecentesco di Massa Lubrense. Ci mostrava album fotografici in cui comparivano principi e regnanti di mezza Europa, ci apriva le porte delle sue stanze misteriose dove campeggiavano i carboncini di Gemito che era stato suo amico, dove ancora erano visibili i ricordi di Massimo Bontempelli e di Renato Caccioppoli, di cui ricordava oltre al genio matematico le straordinarie qualità pianistiche. Le emozioni crescevano mentre ci parlava dei suoi incontri con Maurice Ravel o con Thomas Mann, mentre sulla sua terrazza in vista del golfo di Napoli ci domandava cosa stavamo leggendo, quali letterature stavamo amando. Appassionato studioso dei misticismi del mondo, aveva scritto Gli Stati Trascendenti e il Post Mortem, a oltre 70 anni si era avventurato in India per dialogare con gli ultimi depositari storici dell’esperienza spirituale al di là il corpo. La sua conversazione era fluidissima, in più lingue, l’amato Baudelaire, che traduceva di continuo, occhieggiava tra le sue parole con il contrappunto di una citazione greca prelevata dai recessi di una memoria vivissima. Quello che ci colpiva, però, era innanzi tutto la sua visione unitaria della conoscenza: la musica, la filosofia, la matematica, la letteratura, convivevano con naturalezza assoluta. Eros era infatti il titolo del suo ultimo libro di versi. Ce ne parlava con sorridente vitalità, nella sospensione profumata delle limonaie che ancora oggi incoronano la sua casa, mentre benevolmente spezzava la ristrettezza dei confini entro cui l’ufficialità delle nomenclature culturali aveva rinchiuso la conoscenza: «C’è un antico patto fra Dio e il demonio. Il primo ha creato il mondo e il secondo lo manda avanti grazie alla lussuria».


